Il caso del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa nei corridoi della scuola media di Trescore Balneario ha riaperto un dibattito che non possiamo permetterci di ignorare: come risponde la società — e in particolare la scuola — di fronte alla violenza degli adolescenti?
A offrire una lettura controcorrente è Massimo Ammaniti, psichiatra e psicoanalista tra i più autorevoli in Italia, in un’intervista pubblicata oggi sul quotidiano La Repubblica, che da decenni lavora con bambini e ragazzi in difficoltà. La sua tesi è chiara: inasprire le pene non serve. Bisogna capire, intercettare, curare.

“Sono adolescenti, non criminali”
La prima cosa che Ammaniti mette in chiaro è la distinzione tra il gesto e la persona. Un tredicenne che compie un atto violento ha commesso qualcosa di grave, ma trattarlo come un criminale adulto non risolve nulla. Lo dimostra, secondo lui, la scarsa efficacia di misure come il decreto Caivano.
“Invocare repressione e ancora repressione contro un tredicenne non serve a nulla. O ci rendiamo conto che abbiamo di fronte degli adolescenti diversi, cambiati, ormai incapaci di gestire le proprie pulsioni violente, oppure sarà sempre peggio”
A tredici anni, spiega lo psicoanalista, il cervello è attraversato da una sregolazione emotiva intensa. L’aggressività non è “mentalizzata”: chi colpisce non pensa alle conseguenze, non ha paura del carcere, non calcola il dopo. Per questo la minaccia della pena non funziona come deterrente.
Lo smartphone come spartiacque generazionale
Ammaniti individua un elemento centrale nel cambiamento degli adolescenti di oggi: lo smartphone. Non come causa unica, ma come oggetto che si è frapposto tra i ragazzi e il mondo adulto, alterando gli equilibri che un tempo contenevano il disagio.
Un tempo, spiega, tre “corpi” adulti — famiglia, scuola, società — agivano in modo coordinato come barriera alla sregolazione emotiva dell’adolescenza. Oggi quella concordanza è venuta meno: le famiglie sono sole e smarrite, la scuola è sopraffatta, la società è sempre più complessa. E degli adolescenti, di fatto, non si occupa nessuno in modo sistematico.
La scuola come presidio sociale: serve una nuova formazione
È qui che il ragionamento di Ammaniti diventa più concreto, e più vicino alle questioni che come sindacato portiamo avanti ogni giorno.
La scuola, secondo lo psicoanalista, può e deve diventare una barriera contro il disagio. Ma per farlo ha bisogno di strumenti che oggi non ha:
- una formazione diversa per gli insegnanti, capace di far comprendere il disagio degli adolescenti e non solo di trasmettergli contenuti
- psicologi stabili e accessibili nelle scuole
- il tempo pieno e lo sport come strumenti educativi
- stipendi adeguati e una nuova centralità sociale della professione docente
“Insegnare non basta più, le classi devono essere un presidio sociale”
Non sono parole nuove per chi lavora nella scuola. Sono le stesse richieste che arrivano ogni giorno dalle insegnanti e dagli insegnanti, spesso soli davanti a situazioni di disagio per le quali non sono stati formati e per le quali non ricevono supporto.
Le famiglie: supporto, non sanzioni
Anche il ruolo delle famiglie viene affrontato senza semplificazioni. Ammaniti riconosce che può sembrare paradossale che un genitore non si accorga di certi segnali — un coltello, dell’esplosivo nascosto in casa — ma sostiene che la risposta giusta non è sanzionare i genitori. È costruire una rete di supporto psicologico e di servizi territoriali a cui le famiglie possano rivolgersi prima che la situazione degeneri.
L’alleanza tra adulti — genitori, insegnanti, operatori — è l’unica strada per intercettare la violenza prima che si strutturi.
Credere nel cambiamento
Ammaniti chiude con un appello alla speranza, che non vuol dire ingenuità: bisogna credere nella capacità di cambiamento dei ragazzi, senza però sottovalutare la loro nuova fragilità.
“Bisogna credere, sempre, nella capacità di cambiamento dei ragazzi, senza sottovalutare però la loro nuova fragilità che può trasformarsi in violenza”
È un invito a non arrendersi alla logica della punizione come unica risposta, e a investire invece su prevenzione, cura, ascolto. Temi che riguardano direttamente chi lavora nella scuola ogni giorno.