Salari e potere d’acquisto: «Meno tasse, ma perché siamo più poveri?»

Un abbassamento delle tasse sugli stipendi può sembrare una buona notizia, ma un’inchiesta della giornalista Milena Gabanelli — pubblicata su Il Corriere della Sera — spiega perché, in molti casi, i lavoratori risultano comunque più poveri.

Il paradosso della “meno tasse”

La riduzione del cuneo fiscale introdotta nei redditi sotto i 35-40 mila euro non si è tradotta in una reale tutela del potere d’acquisto. L’inchiesta mostra che, per settori come l’istruzione e la ricerca, gli aumenti contrattuali non hanno tenuto il passo dell’inflazione.

Insegnanti e personale scolastico: dati allarmanti

L’articolo evidenzia che per un docente della secondaria con 28-34 anni di carriera l’aumento lordo registrato tra il 2019 e il 2025 è stato inferiore al 9 per cento, mentre l’inflazione accumulata in quel periodo ha superato il 20 per cento. Di conseguenza, la perdita di potere d’acquisto annua si aggira su migliaia di euro.

Fonte: Corriere Sera

Contratti ritardati e stagnazione salariale

Gran parte del problema deriva anche dal fatto che i rinnovi contrattuali arrivano con anni di ritardo e in parte vengono compensati solo da “indennità di vacanza contrattuale”, ossia aumenti marginali in attesa della firma del nuovo contratto.

Fonte: Corriere Sera

Cosa chiede la UIL Scuola RUA

La UIL Scuola RUA ribadisce che non sono sufficienti i tagli fiscali — servono aumenti contrattuali veri, tempi certi per i rinnovi e pieno riconoscimento della professione docente. Il taglio delle tasse può attenuare una perdita, ma non la compensa.


Per approfondire, puoi leggere l’inchiesta completa:
«Meno tasse sugli stipendi: ma allora perché siamo più poveri?» – Corriere.it

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