Ogni anno vengono pubblicate classifiche delle migliori università del mondo. Alcune finiscono sulle prime pagine dei giornali, altre vengono rilanciate dai siti degli atenei e dai comunicati stampa. Salire di qualche posizione diventa una notizia. Scenderne dieci, un problema.
Ma chi costruisce queste classifiche? E soprattutto: chi ci guadagna?
A porsi la domanda è Claudio Giunta in un articolo pubblicato oggi sul quotidiano Il Foglio. Lo fa da osservatore privilegiato. Per anni è stato docente universitario e delegato alla comunicazione del proprio ateneo. Un ruolo che gli ha permesso di vedere da vicino un mondo poco conosciuto: quello che vive intorno ai ranking universitari.
Una classifica non arriva mai da sola
Giunta racconta di aver ricevuto più volte proposte da agenzie internazionali che promettevano di aiutare l’università a migliorare il proprio posizionamento nelle classifiche globali.
L’obiettivo era chiaro: comparire qualche riga più in alto, magari passare dalla duecentoquarantesima posizione mondiale alla duecentotrentesima. Numeri che spesso significano poco per chi studia o fa ricerca, ma che possono influenzare reputazione, visibilità e capacità di attrarre studenti.
L’osservazione più interessante del suo articolo è che attorno alle università si è sviluppata una vera economia.
«C’è tutta un’economia che campa attorno alle università», scrive. Non si tratta solo di chi produce classifiche. Ci sono consulenti, società di comunicazione, organizzatori di eventi, editori, fornitori di servizi e aziende che vivono grazie al bisogno degli atenei di apparire più competitivi.
Vi aiutiamo a proteggerci da noi stessi
L’aspetto più ironico emerge quando il professore descrive il rapporto tra chi costruisce i ranking e chi li subisce. Alcune delle organizzazioni che elaborano le classifiche offrono infatti anche consulenze agli atenei per migliorare il loro posizionamento. In sostanza, chi stabilisce i criteri di valutazione propone anche servizi per aiutare a soddisfarli.
Giunta paragona questa situazione a una delle immagini più celebri della letteratura di Carlo Emilio Gadda: «Vi aiutiamo a proteggerci da noi».
Una battuta che sintetizza bene il paradosso.
La reputazione che misura la reputazione
Tra gli indicatori utilizzati da alcune classifiche internazionali c’è anche la reputazione. Il meccanismo è semplice: si chiede a docenti e ricercatori di indicare quali siano, secondo loro, le università migliori. Il risultato contribuisce poi a determinare il posizionamento degli atenei. Giunta descrive con sarcasmo le e-mail ricevute periodicamente da queste organizzazioni. Messaggi cortesi, impeccabili nella forma, che invitano professori e ricercatori a partecipare a sondaggi globali sulla reputazione accademica.
Il punto, osserva, è che la reputazione rischia di diventare autoreferenziale. Più un’università è nota, più viene citata. Più viene citata, più sale nelle classifiche. Più sale nelle classifiche, più aumenta la sua notorietà.
«Se avete un amico nell’Ivy League…»
Il passaggio più divertente riguarda le campagne informali che talvolta nascono negli stessi atenei. Il docente racconta che alcuni docenti vengono invitati a sensibilizzare colleghi italiani e stranieri affinché parlino bene della propria università nei questionari reputazionali.
La sintesi ironica è fulminante: «Se avete un amico nell’Ivy League ditegli che parli bene di noi. Ma anche Malta va bene».
Una battuta che fa sorridere ma che mette in evidenza una questione reale: quando la reputazione diventa un indicatore decisivo, inevitabilmente si cerca di influenzarla.
Una lezione che riguarda anche la scuola
L’articolo parla di università, ma la riflessione può essere estesa anche alla scuola. Negli ultimi anni il sistema educativo è stato attraversato da una crescente attenzione per dati, indicatori, benchmark e classifiche. Non necessariamente è un male. I numeri aiutano a comprendere fenomeni complessi e possono orientare le decisioni. Il problema nasce quando l’indicatore sostituisce la realtà. Una scuola non è soltanto il risultato di una prova standardizzata. Un’università non coincide con il posto occupato in una graduatoria internazionale.
Esistono aspetti fondamentali che sfuggono a qualsiasi ranking: la qualità delle relazioni, la capacità di includere, il valore di una comunità educante, la crescita delle persone.
I numeri servono. Ma non bastano.
Giunta non sostiene che tutte le classifiche siano inutili. Ricorda però che ogni indicatore semplifica una realtà molto più complessa. Per questo la sua esperienza merita attenzione anche fuori dall’università. Le classifiche possono essere strumenti utili. Diventano un problema quando finiscono per trasformarsi nell’obiettivo. E forse la domanda più importante non è quale posto occupiamo in una graduatoria.
Ma se stiamo davvero facendo bene il nostro lavoro.