Audizione Parlamentare / 7° commissione Senato: fondo per il sostegno della comunità educante

(IM)PROBABILE LA DIAGNOSI, SBAGLIATA LA CURA
QUESTA LA SINTESI DELL’AUDIZIONE PARLAMENTARE TENUTA PRESSO LA 7^ COMMISSIONE ISTRUZIONE DEL SENATO

Partiamo  dall’incipit del relatore al DDL n.2527 (fondo per il sostegno e lo sviluppo della Comunità Educante), che si apre con la diagnosi:  “in tempi di grandi trasformazioni sociali, relazionali e culturali, e a fronte di una crescente incertezza educativa, è necessario potenziare il sostegno e lo sviluppo della comunità educante, recuperare alleanze e collaborazione per offrire risposte efficaci alle emergenze, affiancare docenti e i genitori nelle relazioni con gli studenti e le famiglie, potenziare le reti educative con enti locali, Terzo settore, tutte le realtà che agiscono in tali ambiti”…(omissis…)” e prosegue con la cura: “L’attuale organizzazione di ogni istituzione scolastica, connotata ciascuna da specifiche criticità che possono risolversi più o meno rapidamente ed efficacemente, non prevede le figure professionali del pedagogista, dell’educatore e dello psicologo in funzione di coordinamento, raccordo e supervisione. Tali ruoli, per la loro complessità, devono essere affidati a figure professionali con competenze specifiche, che non coincidono con le competenze dei docenti ai quali spetta, oltre alla specificità della trasmissione dei saperi, anche la responsabilità della relazione educativa”.

Così posta, più che un’azione di potenziamento e di supporto alla Comunità educante, appare come l’esternalizzazione di alcuna delle sue problematiche. L’apertura all’ingresso di figure specialistiche (psicologo, pedagogista ed educatore socio–psico-pedagogico) nella scuola, fatto peraltro non nuovo, per essere efficace deve trovare una sua presenza strutturale, non episodica. Ancora una volta, la ristrettezza dei fondi a disposizione ne condiziona la progettualità, limitandola ad una presenza sporadica, molto lontana dall’essere un’opzione di facile attivazione e di immediata disponibilità della scuola. L’orizzonte temporale disegnato, peraltro in forma sperimentale, quattro anni in tutto (dall’anno scolastico 2022/2023 all’anno scolastico 2025/2026) è la riprova di come l’approccio ai problemi della scuola soffra sempre di episodicità, in questo caso strettamente correlate alla pandemia. Risulta del tutto assente ogni riferimento all’accoglienza degli studenti che fuggono da tutte le guerre che pongono stringenti problemi di integrazione. Situazione questa resa evidente dalla guerra in corso tra Russia e Ucraina che, ad oggi, riguarderebbe quarantamila ragazzi in età scolare.

La scuola, per sua intima conformazione, avrebbe bisogno di interventi stabili e durevoli nel tempo, per questo anche nella gestione della fase pienamente emergenziale, la UIL Scuola ha posto l’esigenza di disporre di presidi sanitari stabili nel tempo. Se in questi fossero presenti, oltre alle figure sanitarie occorrenti (medico scolastico e personale infermieristico specializzato) quelle specialistiche previste dal DDL n.2527 che operano in modo continuativo con l’intera Comunità educante, potremmo convenire sulla sua utilità.

Nel merito. L’approccio burocratico risulta eccessivo (è prevista l’emanazione di un decreto attuativo in concerto tra il Ministero dell’Istruzione, quello del Lavoro e della Pubblica Amministrazione) rispetto all’esiguità dei fondi a disposizione (2.500 € su base annua per ogni singola scuola). Gli stessi saranno, poi, erogati dal Ministero dell’Istruzione (che emana il bando) ai comuni che devono valutare la progettualità delle singole scuole attraverso la costituzione di commissioni. Il tutto ci induce a chiedere la rimodulazione del DDL attivando meccanismi di semplificazione.

Da scongiurare, infine, il rischio di sovrapposizione di interventi (terzo settore) la cui efficacia può essere riverberata in funzione di attività assistenziali nel pre e nel post-scuola, ma che poco hanno a che fare con i processi di apprendimenti dei saperi cui il DDL, apertamente, si dichiara preoccupato e ne ricerca le soluzioni.

La problematica trattata dal DDL n.2611 (Istituzione dei patti educativi di comunità per contrastare la povertà educativa e l’abbandono scolastico, nonché ridurre i fattori di disagio sociale e di devianza dei minori), si presenta fortemente correlata all’altro DDL posto in valutazione (il 2527).

Analogamente al primo, parte da un’analisi impietosa corroborata da dati inconfutabili. Dispersione (propria e impropria), abbandono, insuccesso scolastico sono i mali ben noti che affliggono la scuola del nostro Paese. Le misure sin qui messe in campo si sono rivelate inefficaci fallendo sistematicamente sia gli obiettivi europei (Lisbona prima, ora Osnabruck), che quelli nazionali.

Anche la presente iniziativa rischia di finire in maniera non dissimile dalle tante che l’hanno preceduta per un’evidente debolezza dell’impianto che la sostiene. Appare di tutta evidenza che l’azione basica da condurre, peraltro ben nota, tant’è che sta al centro  degli otto interventi di riforma previsti dal PNRR, dovrebbe riguardare la rivisitazione delle regole che sovrintendono alla formazione delle classi. Il decongestionamento delle classi sovraffollate è uno di quei temi trattati, ma non risolti. L’anno scolastico 2022/2023 parte con regole peggiori dei due che l’anno preceduto, l’allentamento della pandemia ha fatto scomparire l’organico suppletivo (quello c.d. Covid) che aveva, solo nell’anno scolastico corrente, messo a disposizione delle scuola 55.000 unità di personale tra docenti e ATA. Nonostante ciò, la gestione delle scuola è risultata molto problematica.

Le iniziative esterne, qual è quello che stiamo valutando, in un contesto simile non è destinata ad incidere significativamente, soprattutto nelle aree geografiche cui rivolge la sua attenzione (quelle più fragili del Sud e le aree sub urbane dei grossi aggregati metropolitani).

Nel merito del DDL 2611. Stabilire cabine di regia esterne alla scuola, affidate a soggetti (Terzo settore), i cui addetti non soggiacciono ad alcun percorso di scrematura che ne accerti le competenze, diversamente dagli insegnanti, che anche in questa fattispecie legislativa vengono ”selezionati mediante un’apposita procedura basata sul possesso di idonei titoli e su un colloquio”, appare un’azione discriminante. Ancora una volta si ripropone l’equivoco ormai storico: ignorare il discrimine che separa l’assistenza dall’azione educativo-didattica. Da tempo immemore le Organizzazioni Sindacali chiedono l’ampliamento del tempo scuola (tempo pieno/prolungato) che riguarda l’azione didattica da condurre a beneficio degli studenti, quella la cui debolezza li fa allontanare dalla scuola o non gli fa conseguire i risultati attesi. Altra cosa è tenerli di più a scuola (scuola d’estate) per sollevare le famiglie e per rendere maggiormente conciliabili l’esigenza di vita con il lavoro soprattutto per le mamme. Azione quest’ultima di notevole utilità, ma che a poco a che vedere con l’insuccesso scolastico.

Quanto all’Equipe, è un’altra sovrastruttura che si aggiunge alle già tante esistenti. Il rischio di sovrapposizione di interventi è reale. Sulle risorse finanziarie disponibili, si riterrebbe utile, anche in considerazione dell’esiguità delle somme, concentrare le stesse evitando di disperderle in mille rivoli che, al più, possono arrecare beneficio ai lavoratori da assumere, molto meno alla scuola.

Da ultimo, anche in queste due fattispecie legislative presentate, pur su materie che le vede continuativamente impegnate, alle parti sociali costituite ad ogni livello, sia di categoria che confederali, non viene assegnato alcun ruolo. Eppure si tratta dichiaratamente di azioni volte al potenziamento della Comunità Educante, termine coniato proprio dai Sindacati della scuola (art.34 del vigente CCNL) che con quella felice locuzione ne hanno sottolineato valore, ruolo e funzioni, di cui ne fanno parte a pieno titolo.

La UIL e la UIL Scuola sono state rappresentate rispettivamente da Milena Micheletti e Giancarlo Turi.

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