Una recente intervista al divulgatore e professore di fisica Vincenzo Schettini, autore del profilo social “La fisica che ci piace” — oltre 3,4 milioni di follower su Instagram e due milioni su TikTok — ha riaperto il dibattito sulla compatibilità tra la professione docente e la produzione di contenuti per i social.
La polemica nasce dalle sue dichiarazioni al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli, in cui Schettini ha ipotizzato un futuro in cui i professori lavoreranno part-time nella scuola pubblica e venderanno lezioni online, sostenendo che i buoni contenuti hanno un prezzo.
Schettini ha successivamente chiarito la sua posizione, distinguendo tra istruzione scolastica — gratuita e garantita dalla Costituzione — e produzione culturale esterna, che a suo avviso può legittimamente avere un valore economico, come avviene per libri, corsi e formazione.
I nodi aperti
Il caso ha sollevato questioni che vanno ben oltre la figura di Schettini e che riguardano ogni insegnante che utilizzi il proprio ruolo istituzionale sui social.
- Privacy degli studenti. Pubblicare filmati su canali privati — anche con gli alunni resi irriconoscibili — non è coperto dall’autorizzazione scolastica e può configurare un’occupazione estranea al servizio, secondo il codice di comportamento dei dipendenti del ministero dell’Istruzione.
- Uso del tempo scolastico. Alcune testimonianze parlano di presunto uso frequente del tempo di lezione per registrare contenuti destinati ai social. Accuse non verificate, ma che la scuola non può ignorare.
- Conflitto di interessi. Chi garantisce che i docenti part-time auspicati da Schettini mantengano un rapporto trasparente con gli studenti, senza che interessi economici personali interferiscano con le attività per le quali sono retribuiti dalla spesa pubblica?
- Secondo lavoro e autorizzazioni. I docenti possono svolgere un secondo lavoro, ma devono presentare un’autorizzazione firmata dal dirigente scolastico che attesti l’assenza di incompatibilità.
- Logiche incompatibili. I social premiano contenuti brevi, verticali, rivolti a un pubblico indistinto. La lezione in classe richiede relazione, ascolto, fiducia reciproca con un gruppo specifico di studenti. Secondo diversi divulgatori, i due modelli seguono criteri opposti e difficilmente coesistono nello stesso momento.
Il nodo non è la visibilità dei docenti sui social. È l’assenza di norme adeguate ai tempi, capaci di tutelare studenti, insegnanti e istituzioni senza frenare la divulgazione di qualità.